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ETICA ILLUMINISTICA
La felicità e il diritto al piacere
Pascal verso la
fine della sua breve vita scrive nei Pensées:
« [387] Desideriamo la verità e non troviamo in noi se non incertezza.
Cerchiamo la felicità, e non troviamo se non miseria e morte. Siamo capaci di
non aspirare alla verità e alla felicità, e siamo incapaci di certezza e di
felicità. Tale aspirazione ci è lasciata sia per punirci sia per farci sentire
di dove siamo caduti.» [1][61] Com’è noto il matematico-teologo
francese aveva risolto il problema con l’affidamento alla fede, trovandovi
certezza immediata e felicità differita, ma nel secolo del Lumi questo
atteggiamento risultava “medievale”. Felicità e piacere non sono
necessariamente connessi, ma nel XVIII secolo, acquistano un loro nesso preciso
in relazione all’affermazione della dimensione individuale, ed anche al
delinearsi di un nuovo orizzonte di libertà personale, sia di pensiero che di
comportamento. L’aspirazione dell’individuo a realizzarsi liberamente ed
indipendentemente da schemi etici tradizionali (con una nuova attenzione alla
sfera del profano, a scapito di quella del sacro) determina anche un nuovo
rapporto col piacere e indirettamente con la sessualità. Nei confronti di essa,
anche in relazione ad una maggior informazione sul piano medico-fisiologico,
muta l’atteggiamento comune, o quanto meno di buona parte della popolazione. E
il Settecento è il secolo in cui anche la “felicità generale” diventa oggetto
di studio coniugandosi con la socialità e la politica.
Vediamo ora, in
rapidissima sintesi, com’era stata vista la felicità precedentemente. Nel VII
sec.a.C. il naturalista ionico Talete la vedeva nella buona salute, in un po’
di fortuna e in una buona educazione; il materialista Democrito in un misurato
piacere e nell’uso della ragione. Poi arrivano Socrate e Platone, i quali
predicano che la felicità sta nella “virtù” (Gorgia, 508 b; Simposio,
202 c; Repubblica I, 353 d) e più o meno negli stessi termini la pensano
Aristotele (Et. Nicomachea I, 13; Politica VII, 1, 1323) e gli
Stoici. I Cirenaici ed Epicuro rompono questa uniformità moralistica portando
in primo piano il piacere quale grande risorsa per il raggiungimento della
felicità, i primi in senso dinamico (come corsa al piacere) il secondo in senso
statico (come assenza di dolore). Per il Neoplatonismo e il Cristianesimo la
felicità è vita in riferimento a Dio, per il primo come ascesi alla sfera del
divino e per il secondo nello stato di Grazia sulla Terra in attesa della
beatitudine eterna. Nel Medioevo il problema della felicità è del tutto
accantonato come blasfemo, ancorché i
potenti, laici o religiosi, possano permettersi di realizzarla agevolmente
senza renderne conto a un Dio che sembra punire solo i deboli.. L’Umanesimo
vede una ripresa dell’epicureismo e con esso una riattualizzazione del tema
della felicità terrena, concettualizzata in varie sfumature ma perlopiù
inquinata da elementi platonici e stoici che portano a formulazioni sincretiche
assai ambigue.
Il problema della
felicità occupa Lorenzo Valla (1405-1457) dalla giovinezza alla vecchiaia. Il
suo primo saggio sull’argomento è il De voluptate, del 1431, cui seguono
successive rielaborazioni di esso con titoli diversi: De vero falsoque bono
del 1433, De vero bono dal 1444 al 1449, per tornare a De vero
falsoque bono nell’ultima edizione. Si tratta del primo tentativo di
approfondire il problema della felicità in diverse accezioni ma specialmente
sotto il profilo antropologico, in quanto il ”piacevole” e l’”utile” sono le
vere molle dell’agire umano, senza essere per nulla incompatibili con l’onesta,
la rettitudine e la virtù. L’intento è di depurare il concetto di felicità da
equivoci inquinamenti moralistici di matrice stoica, presenti specialmente nel De
consolatione philosophiae di Boezio (480-526), un testo tanto prestigioso
quanto diffuso che vede la felicità in uno stato virtuoso che prevede la
rinuncia al piacere e la repressione del desiderio. Una prima enunciazione
schietta del “principio di piacere” l’aveva offerta nel 1431 l’umanista Cosma
Raimondi (1400 c.a-1435), già autore nel 1429 di una Defensio Epicuri contra
Stoicos, che scrive in una lettera:
La figura e la costituzione dell’uomo è fatta in modo che
possa soprattutto ottenere il piacere; essendo noi tratti ad esso per natura;
essendo state moltissime e notevolissime cose generate per il piacere;
dirigendosi tutte le nostre azioni a questo fine, al vivere cioè senza
molestia; tutto essendovi cercato per il godimento. Chi ci può essere così
avverso ad Epicuro che, essendo la sua dottrina provata e sostenuta da
argomenti così veri e stringenti, non aderisca infine alle sue concezioni e non
affermi che la più grande felicità è nel piacere? [2][62]
La “naturalità” del piacere legittima l’aspirazione
incondizionata ad un piacere “dinamico” che non è quello di Epicuro, ma
piuttosto quello dei Cirenaici, e particolarmente di Aristippo [3][63]. Ma l’importante da rilevare è che nel
Rinascimento si comincia a riconoscere il diritto al piacere fisico quale
legittimità naturale, contrapponendola ad una millenaria e teologica
esecrazione di esso, ma va detto che si tratta perlopiù di un concetto di
“nicchia culturale”.
Locke, come
abbiamo visto, identifica chiaramente la felicità col massimo piacere possibile
nell’ambito del lecito, ed anche Gassendi era praticamente su questa linea. Ma
è l’inglese ad affermare esplicitamente l’incompatibilità del dolore con la
felicità, identificando chiaramente questa come non solo connessa allo stato
fisico, ma dipendente da esso (Saggio
sull’intelligenza, II, XXI, 36) :
E pertanto, ciò che immancabilmente determinerà la scelta
della volontà nostra nei riguardi della prossima azione, sarà sempre la
rimozione del dolore finché noi ne proviamo alcuno, come primo e necessario
passo verso la felicità. [4][64]
E dunque:
42. Se si domandasse ancora che cosa sia che muove il
desiderio, risponderei: la felicità, ed essa sola. […] 43. La felicità, dunque,
nella sua estensione piena, è il massimo piacere di cui siamo capaci, e
l’infelicità è il massimo dolore; e l’estremo grado di ciò che può esser
chiamato felicità è di essere tanto liberi da ogni pena, e di aver tanto
piacere presente, da non poter essere contenti con meno. [5][65]
La sensazione di essere felici ha quindi l’assenza di dolore
come suo presupposto ma nello stesso tempo ciò si costituisce come una “limite
inferiore” dello stato di benessere.
Locke ha
chiarissimo il senso dell’”essere felici” come fatto individuale e soggettivo e
che la felicità può essere sperimentata tanto con i piaceri spirituali quanto
con quelli fisici, senza porre pregiudizialmente su differenti piani
assiologici e morali i due tipi di piacere:
Nessuno, penso, sarà tanto insensato da negare che vi sia un
piacere della conoscenza; e quanto ai
piaceri dei sensi, essi hanno troppi seguaci perché si possa mettere in dubbio
che gli uomini ne siano attratti. Ora, poniamo che una persona riponga la sua
soddisfazione nei piaceri sessuali, un’altra nel diletto della conoscenza:
sebbene ciascuna di loro non possa non confessare che si trova un grande
piacere in ciò che l’altra persegue, tuttavia, poiché nessuno dei due fa del
piacere dell’altro una parte della sua propria felicità, i loro desideri non ne
sono mossi, bensì ciascuno è soddisfatto pur non avendo la cosa che all’altro
dà piacere; e così la volontà sua non è determinata a perseguirla. [6][66]
Ma nello stesso individuo i piaceri spirituali e quelli
fisici sono soggetti ad una “compensazione” e ad una “alternanza” nella misura
in cui l’intellettuale non accede al piacere
spirituale se soffre di qualche dolore nel corpo, mentre il sensuale può
essere attratto dallo studio per uscire dal disagio morale che gli può derivare
dalla noia della pura fisicità. L’analisi di Locke dei rapporti diretti
piacere-felicità e dolore-infelicità non significa che egli assuma un
atteggiamento agnostico nei confronti della morale e della virtù, ma
semplicemente che egli intende operare su un piano rigorosamente antropologico.
Poco oltre precisa: «55. Da ciò che si è detto è facile trarre la
spiegazione del perché avvenga che,
sebbene tutti desiderino la felicità, la loro volontà li trascini in direzioni
così contrastanti: e perciò, in certi casi, a ciò che è male.» [7][67] La scelta delle vie per essere felici
non sono da lasciare in gestione al puro desiderio, poiché lo stato felice, che
è di per sé un bene, non esclude un male
secondario, di tipo morale o fisico. E tuttavia permane l’assoluta soggettività
del desiderio e della sensazione di felicità: «Questa varietà nei loro
orientamenti dimostra che ognuno non ripone la sua felicità nella medesima
cosa, o non sceglie la stessa via per arrivarci.» [8][68] Ma ciò né esclude né infirma la
valutazione morale dei criteri per perseguire la virtù, poiché (II, XXVIII,
11): «Che questa sia la natura ordinaria della virtù e del vizio apparirà
chiaro a chi consideri che, sebbene in un
paese passi per vizio ciò che è considerato virtù, o almeno non vizio,
in una altro, però, dovunque, virtù e lode vanno assieme, e così vizio e
biasimo.» [9][69]
Il
giurista-filosofo tedesco Christian Thomasius (1655-1728), sulla base della
fondamentale “socialità” dell’uomo, aveva definito nel suo Dell’arte di amare ragionevolmente e virtuosamente (1692) la
felicità come «tranquillo diletto. Essa consiste nel fatto che l’uomo non
percepisce né dolori né gioia per qualcosa, e in questo tende ad unirsi con
altri uomini che posseggono siffatta tranquillità d’animo.» [10][70]; una nuova atarassia di tipo “associativo” dove l’uomo «è stato creato per
amare altri uomini, poiché è creato per
la pace.» [11][71]. A questo proposito è interessante anche
la posizione di Morelly, il misterioso proto-comunista e utopista di cui si
ignorano le date di nascita e di morte, il quale scrive nel 1755 essere l’uomo debole e
non-autosufficiente, in quanto la natura sembra aver fatto sì «che i nostri
bisogni eccedano sempre, anche se di poco, i limiti del nostro potere » [12][72]
Da questa insufficienza individuale di fronte alla vita nasce la
socialità che rende bisognosi gli uni degli altri, e: «Desideri e inquietudini,
causati dalla distanza momentanea di un oggetto capace di soddisfarli »
generano la ricerca dell’altro sotto forma di un «attrazione morale » che ci fa
cercare una «affezione benefica per tutto ciò che allevia o soccorre la
nostra debolezza.» [13][73]
Il tema è
prepotentemente posto nella letteratura libertina sin dal Seicento, per
diventare tema frequente in molti pensatori del Settecento, tra i quali
emergono gli atei La Mettrie, Helvétius, d’Holbach e Diderot, il pensiero dei
quali verrà trattato nella Parte Quarta, ai capitoli XI, XVI e XVII. Il
conseguimento della felicità è frutto di un nuovo modo guardare alla vita, ma
in quanto problema etico per eccellenza si intreccia con quello della moralità.
Sotto il profilo edonistico il pensiero di Julien Offroy di La Mettrie è
particolarmente importante. È stato da qualcuno rilevato che il suo edonismo
immoralistico può essere considerato in qualche modo un precedente di quello
sadiano. La nostra opinione è: sì e no. Sì, da un punto di vista astrattamente
teorico; no, dal punto di vista reale. In realtà è all’ontologia d’Holbach che
Sade guarda, e al determinismo che giustifica il male come necessario. Non
certo a quella di La Mettrie che è indeterminista, ed ancora meno all’erotismo,
che è naturale, gioioso e solare, quanto quello del Divino Marchese è
psicotico, allucinato e tenebroso. E tuttavia il Nostro produce un discorso
teorico sulla felicità asserendo che anche i malvagi, se non sono tormentati
dal rimorso, possono essere felici nella loro abiezione. Afferma questo perché
la natura, in quanto cieca, non può essere nemmeno ”morale”, come idealisti
panteisti e deisti pensano, ma è neutra rispetto alla virtù e al vizio in
quanto entrambi “naturali”. È questo il punto che effettivamente anticipa
l’apologia sadiana, ma il discorso lamettriano non potrebbe mai tollerare di
passare per un incitazione al male che ne stravolgerebbe il senso, che è
esclusivamente analitico e potremmo dire “clinico”. Anticipiamo un passo
conclusivo dell’ Antiseneca, o Discorso sulla felicità, pubblicato nel
1748:
Ma (per parlare secondo lo stile di Seneca)
tu non condanni dunque i vizi e i delitti con uno stilo di ferro? No, non sono
tenuto a compiere un’opera che non è mia. La lascio agli autori di satire e ai
predicatori. Quanto a me, non moralizzo, non predico, non declamo: spiego. Sono
e mi sento onorato di essere un cittadino zelante; ma non è in tale qualità che
scrivo, bensì come filosofo. [14][94]
La posizione è chiara: come uomo La Mettrie “mette in atto” la virtù,
ma come filosofo, cioè come scienziato della natura e dell’essere, egli deve
solo “spiegare” come stanno le cose.
Per farsi un’idea compiuta di
che cosa sia l’etica eudemonistica di lamettriana prendiamo ora l’Antiseneca
dall’inizio per comprendere bene come si sviluppa poiché il discorso sulla
felicità. Partiamo col seguente passaggio:
Come
ci sentiamo anti-stoici! Questi filosofi sono severi, tristi, duri; noi
saremo dolci, allegri, compiacenti. Tutti anima, essi prescindono dal loro
corpo; tutti corpo, noi prescinderemo dalla nostra anima. Essi si mostrano
inaccessibili al piacere e al dolore; noi ci glorieremo di sentire l’uno e
l’altro. Tendendo con ogni sforzo al sublime, essi si innalzano al di sopra di
tutti gli eventi, e non si credono veramente uomini che nella misura in cui
cessano di esserlo. Noi invece non disporremo di ciò che ci governa, né
comanderemo per nulla alle nostre sensazioni. Ammettendo il loro potere e la nostra
schiavitù, cercheremo di rendercele gradevoli, persuasi che in ciò sta la
felicità della vita. [15][95]
Fin dalle prime parole si fa strada un innegabile senso di liberazione.
Ci si rende conto che dopo millenni di moralistica retorica contro le passioni
e i desideri, da soffocare e vincere in nome dei diritti della virtù, qui ne
viene capovolta la logica in nome del naturale diritto al piacere. Nessuna
arroganza immoralistica in queste parole, ed insieme nessuna volontà di
trasgredire; semplicemente l’umiltà di encomiare la semplicità naturale,
l’adesione al proprio corpo, il riconoscimento delle proprie debolezze nella
ricerca della felicità possibile. Una concezione antropologica che emerge con
chiarezza:
Insomma, ci riterremo tanto più felici quanto
più saremo uomini, o più degni di esserlo, e quanto più sentiremo la natura,
l’umanità e le virtù sociali. Non ammetteremo altre virtù e altra vita che
questa. Si capisce quindi che per noi la catena delle verità necessarie alla
felicità sarà più corta di quella di Egesia, di Cartesio e di tanti altri
filosofi. Inoltre, per spiegare il meccanismo della felicità consulteremo solo
la natura e la ragione. I soli astri in grado di illuminarci e di guidarci se
apriamo bene la nostra anima ai loro raggi in modo che essa resti assolutamente
chiusa a tutti quei miasmi avvelenati che formano per così dire l’atmosfera del
fanatismo e del pregiudizio. [16][96]
La ricerca del piacere e il conseguimento della felicità fanno
riferimento ai sensi corporei, l’anima deve solo vigilare e tenere lontani
dalle violenze di un’irrazionalità incontrollata e perniciosa. Dunque la
ragione, che assume come proprio referente unico la natura, attraverso la
sensibilità dell’anima sceglie di restare sullo sfondo e di non condizionare
troppo l’uomo, ma semmai pilotarlo verso ciò che lo tiene lontano dalle derive
del fanatismo e della credenza cieca in ciò che natura “non è”. La Mettrie
espone tre situazioni:
I nostri organi possono accogliere una sensazione
o modificazione che ci piace e ci fa amare la vita. Se l’impressione di questa
sensazione è breve, è il piacere; più lunga è la voluttà; permanente è la
felicità. Ma si tratta sempre della stessa sensazione, che differisce solo per
la durata e la vivacità. Aggiungo questa parola perché non c‘è alcun sommo bene
così squisito come il sommo piacere dell’amore. [17][97]
Amare la vita, e sperimentare la felicità, è provare sensazioni
piacevoli; nient’altro. Per il resto si tratta di durata e di “vivacità” e i
piaceri più vivaci sono quelli legati alla sessualità. Come si vede qui La
Mettrie è lontanissimo dall’etica epicurea, che vedeva la felicità come una
condizione caratterizzata dall’assenza di dolore, basata sull’indifferenza e
sulla calma del saggio di fronte alle esigenze sia del proprio corpo e sia
delle contingenze esterne. È evidente come qui il Nostro, persona colta e
sensibile, intenda essere provocatorio nella misura in cui forza il suo
eudemonismo su livelli puramente sensistici e semmai più vicini al cirenaismo.
Ma seguiamo ancora l’esposizione:
Più questa sensazione è durevole, deliziosa,
piacevole e non interrotta o turbata da chicchessia, più si è felici. Più è breve e viva, più è prossima
alla natura e al piacere. Più è lunga e tranquilla, più se ne allontana e si
avvicina alla felicità. Più l’anima è inquieta, agitata, tormentata, più la
felicità le sfugge. [18][98]
Il piacere intenso e breve è quello più specifico della natura corporea
di cui siamo depositari, ma non è felicità. Questa, per esser tale, deve
allontanarsi dal piacere violento e quindi dal corpo. Implicito l’elemento
intellettuale, e quindi relativamente non-naturale, implicato nell’essere
felici. Ed esser felici è un sensazione dell’anima e non del corpo, ma questa
più è inquieta e più la felicità le sfugge. Quell’atarassia che Epicuro
tematizzava come elemento primario per esperire la felicità, La Mettrie la pone
come elemento non facilmente perseguibile, ma a cui occorre tendere perché
nella misura in cui essa manca la felicità sfugge.
Date tali premesse si passa
ad analizzare meglio il problema e se tenta un’eziologia, ponendo come elementi
dirimenti il patrimonio genetico che fa sì che siamo quel che siamo e
l’educazione che ha modellato la nostra anima. Perciò: «Le cause interne o
intrinseche, che si pensa dipendano da noi stessi, non ne dipendono affatto.» [19][99]
In altre parole: non si può “voler” esser felici. L’origine della felicità sta
in cause fuori del nostro controllo:
Esse appartengono all’organismo o
all’educazione che ha, per così dire, plasmato la nostra anima e modificato i
nostri organi [la nostra sensibilità]. Le altre provengono dalla voluttà, dalle
ricchezze, dalle scienze, dagli onori, dalla reputazione, ecc. [20][100]
Dunque, nel conseguimento della felicità entrano in gioco come
elementi-base il corpo e la forma mentis, frutto dell’educazione, e come
elementi associati il piacere vero e proprio di cui i sensi sono protagonisti,
la condizione sociale che aumenta le possibilità, la cultura che affina la
nostra sensibilità, il ruolo nel contesto sociale. La felicità legata ai soli
sensi, come prolungamento di un piacere, è la più facilmente conseguibile
poiché non richiede altra risorsa che la macchina-corpo. Il suo contrario, la
sofferenza del corpo, è quasi irrimediabile «a parte qualche palliativo molto
incerto.» [21][101] Ma veniamo alla felicità dell’anima:
La felicità connessa all’educazione consiste
nel seguire i sentimenti che questa ci ha ispirato e che si cancellano assai
difficilmente. L’anima vi si lascia trascinare con piacere; il pendio è dolce e
il cammino ben spianato; resisterle le costa un duro sforzo. Tuttavia il suo
capolavoro consiste nel dissipare i pregiudizi dell’infanzia e nel purificare
l’anima alla fiaccola della ragione. Questa è la felicità riservata ai
filosofi. [22][102]
Quel che è chiaro è che qui, per “educazione”, si deve intendere quella
acquisita quando l’individuo ha raggiunto il completo uso della propria ragione
e non quella propinata nell’infanzia. La conclusione è un po’ banale, ma
coerente con l’assunto lamettriano in base al quale solo la filosofia apre la
strada verso la più alta felicità. E tuttavia una certa felicità, lo abbiamo
già visto, è possibile anche per chi faccia il male ma riesca ad evitarne il
rimorso. Posizione difficile da
sostenere, poiché i rimorsi, come ogni altro sentimento o passione, non sono
controllabili, e chi non prova sentimenti è un minorato: uno zotico o
insensibile. Ma il filosofo deve solo renderne ragione, individuarne le cause,
cioè: «basterà spiegarli.» [23][103]
Soluzione un po’ semplicistica, ma il Nostro pensa che se ci si attiene come
uniche guide alla natura e alla ragione il sia inevitabile:
In questo sistema, fondato sulla natura e
sulla ragione, ci sarà felicità per gli ignoranti e per i poveri, come per i
dotti e per i ricchi: ce ne sarà per tutti i ceti e, quel che più conta (e che
farà rivoltare gli spiriti prevenuti) ce ne sarà per i cattivi come per i
buoni. [24][104]
L’immoralismo di La Mettrie è qui evidente; egli pensa che né
l’ignoranza e né il peccato impediscano di raggiungere un qualche tipo di
felicità. Ogni uomo ha in sé la capacità di esser felice anche solo per «cause interne», poiché vi è una sorta di
«sensibilità nuda», legata al nostro corpo, che è di per se stessa sufficiente
anche senza alcun tipo di cultura e ragionevolezza. Egli nota: «vedo tanti
ignoranti felici grazie alla loro stessa ignoranza e a i loro pregiudizi.» [25][105]
E ancora:
Mangiano, bevono, dormono, vegetano con
piacere. Ingannati a loro vantaggio, privi di qualsiasi paura, se vivono in
modo onesto nutrono la loro immaginazione con idee gradevoli che li consolano
di morire. Il guadagno che viene loro promesso, per quanto chimerico, fa sì che
la perdita della vita non abbia per loro quasi nulla di reale. È abbastanza
bravo chi è abbastanza felice. [26][106]
Le persone rozze e prive di educazione possono essere relativamente
felici nella misura in cui utilizzano più o meno consapevolmente la loro stessa
ignoranza per non problematizzare né la vita né la morte.
La Mettrie sa bene che la
salute è fondamentale per il raggiungimento della felicità, ma vuole ribadire
il suo indeterminismo persino in riferimento alla malattia, capace di
“metamorfosi” sorprendenti: «Essa cambia l’uomo di spirito in uno sciocco che
non ne guarirà più, e innalza lo sciocco al rango di genio immortale. Per la
natura non v’è nulla di bizzarro: bizzarri siamo noi ad accusarla di esserlo.» [27][107]
In effetti ciò che egli
coglie è l’effetto reale e fattuale dell’”illusione” sulla psiche, e quindi la
sua funzione antropica. Anche l’illusione, come il sogno, è una forma di
sensazione, e le sensazioni finiscono per essere la fonte di ogni nostro stato
“reale”, qualsiasi sia la loro causa e in qualsiasi forma possano presentarsi:
Esse non possono mai ingannarci, e non sono
mai false in rapporto a noi anche in seno alla stessa illusione, poiché
rappresentano e fanno sentire a noi stessi quali siamo actu, cioè nel
momento stesso in cui le proviamo: tristi o allegri, contenti o scontenti, a
seconda del modo in cui affettano tutto il nostro essere in quanto essere
sensitivo o piuttosto a seconda del modo in cui lo costituiscono addirittura. [28][108]
Abbiamo qui un’interpretazione fenomenologica del sentire che viene
identificato col senziente in un’unità dinamica che è, ora e qui, il tipico
modo d’essere dell’uomo stesso nel succedersi dei suoi stati d’umore. Ed allora:
Da tutto ciò risultano due cose: 1) Che la
vita sia un sogno o che esista qualche realtà, ne derivano le stesse
conseguenze in rapporto alla felicità o all’infelicità. 2) Contro l’opinione di
Cartesio, una realtà sgradevole non vale una di quelle seducenti illusioni di
cui parla Fontenelle nelle sue egloghe, illusioni che servono a «compensare la
mancanza dei veri beni che la natura avara non ha accordato agli uomini». Se la
natura ci inganna a nostro favore, continui pure ad ingannarci sempre.
Serviamoci anche della ragione per ingannarci, se questo ci può fare felici.
Chi ha trovato la felicità ha trovato tutto. [29][109]
La Mettrie introduce qui un
criterio puramente utilitaristico in funzione della felicità, sì da mettere in
mora quella stessa ragione di cui è sostenitore, ma che, in questo caso,
concorre a determinare uno stato psichico utile ancorché pregno di
irrazionalità.. D’altra parte, «lo spirito, il sapere, la ragione, sono il più
delle volte inutili alla felicità», se non nocivi, poiché la felicità è uno
stato dell’anima e l’anima può fare a meno dei suoi accessori intellettuali. E
la saggezza si esprime precipuamente con la tranquillità dell’anima e con
l’assenza di turbamenti di carattere culturale, poiché la cultura non è sempre
funzionale al conseguimento della felicità. E tuttavia occorre tener presente
che, in generale, gli uomini «sono nati cattivi; senza l’educazione ve ne
sarebbero ben pochi di buoni; ed anche con quest’ausilio i cattivi sono molto
più numerosi dei buoni.» [30][110]
Traspare qui un pessimismo non infrequente negli illuministi, che in parte rende
ragione di quell’anelito a porvi rimedio ben di rado univoco. La felicità e
l’infelicità sono contagiose; ed allora:
La felicità umana viene accresciuta agli
occhi delle persone ben nate dalla possibilità di comunicarla e di farne
partecipi gli altri. L’uomo in qualche modo si arricchisce del bene che fa,
partecipa della gioia che procura: ed è degno dell’essere umano che sia così. [31][111]
Abbiamo visto uno dei
principi fondamentali dell’etica eudemonistica: l’uomo sensibile trae spunto
dal bene di cui è partecipe per trasmetterlo ad altri e per cercare di produrre
altro bene. Ma siccome il bene è sostanzialmente lo stato di felicità possibile
per l’uomo, questo è il fine stesso dell’essere uomo, testimone della sua
dignità di animale al vertice della scala degli esseri, in quanto latore di
sensibilità e di capacità di amare e di desiderare il bene degli altri. Ma ciò
non fa confuso con la virtù, concetto che La Mettrie ritiene squalificato: «La
virtù è una brutta vecchia, che si ricerca per il lustro che pende dalle sue
orecchie o per il denaro che fa guadagnare.» [32][112]
Il discrimine tra la cattiveria e la bontà umana sta soltanto
nell’atteggiamento egoistico dei primi e in quello altruistico dei secondi:
Come si vede, tutta la differenza esistente
fra i cattivi e i buoni consiste in ciò, che negli uni l’interesse particolare
è preferito all’interesse generale, mentre gli altri sacrificano il loro bene a
quello di un altro amico o del pubblico. [33][113]
Dal punto di vista della “filosofia della natura” il cattivo non ha
meno possibilità del buono di conseguire una “propria” felicità, sia pure
nell’abiezione. E ciò perché, in ogni caso, per ogni essere umano, a qualunque
categoria sociale o morale appartengano, è possibile una felicità puramente fisica,
esattamente come per gli animali. E relativamente agli uomini rozzi o comunque
negativi non si può dare che risposta affermativa alla domanda: «Non hanno
insomma la sola specie di felicità che sia realmente alla portata dei loro
organi?» Ed allora:
Lo stesso vale per tutti i malvagi. Essi
possono essere felici, se riescono ad essere cattivi senza rimorsi. Oso dire di
più: chi non nutre alcun rimorso perché vive in una tale familiarità col
delitto che i vizi sono per lui come virtù, sarà più felice di un altro che dopo una bella azione
si pentirà di averla fatta e così ne perderà tutto il valore. [34][114]
Abbiamo qui uno stravolgimento dei criteri morali convenzionali di cui
Sade avrebbe potuto fare tesoro, poiché nessun
materialista, anche il più estremo, aveva mai posto la questione etica
in questi termini. Ma, lo ribadiamo, La Mettrie non è per nulla un apologeta
del male, è solamente il filosofo-chirurgo che disseziona la psiche dell’uomo e
ne analizza le funzioni indipendentemente da ogni considerazione assiologica.
Ciò che si può dire è che egli appare sostanzialmente indifferente, o meglio
scettico, sulla realtà di valori dei quali la natura non reca alcuna
testimonianza. Ciò non significa che per
lui la morale non abbia loro valore, ma che non glielo riconosce in termini
“naturalistici”; poiché l’uomo, come si ricorderà, è una macchina, ed in quanto
tale la sua meccanica esige energia per funzionare ma non valori morali.
Diderot ne tratta nel Il sogno di d’Alembert e nel Supplemento
al viaggio di Bougainville: nel primo la liberazione sessuale si esprime
come superamento dei tabù per mezzo della razionalità della scienza, nel
secondo con la riconsiderazione di una naturalità per noi perduta. Nel Nipote
di Rameau Diderot ci offre la contrapposizione dialettica tra i due
concetti in maniera flagrante: il filosofo parla in nome della ragione e della
morale illuministica facendo i conti col salace nipote del grande musicista.
Questi, incline alla crapula e al sesso, rivendica un “suo” modo d’essere
felice, rimproverando al filosofo di arrogarsi il diritto di trattare quello di
felicità come un concetto universale. In questa dialettica Diderot è sdoppiato,
assumendo alternativamente la parte di sé e quella dell’”altro”, che mette in
difficoltà il “se stesso” moralista. Tra la presa in giro di questo, la messa
in evidenza dell’ipocrisia moralistica, e la liberatoria e disordinata
aspirazione del nipote ad essere se stesso, Diderot traccia una linea tortuosa
e problematica che lascia del tutto aperta la questione di una possibile
conciliazione di piacere e morale. Conciliazione forse intravista nella
socialità, nel bene pubblico, scrivendo alla voce Societé dell’Encyclopédie:
L’intera economia dell’umana società si basa su questo
principio generale e semplice: «Io voglio esser felice, ma io vivo con uomini
che, come me, vogliono ugualmente essere felici, ciascuno per loro conto;
cerchiamo i mezzi di procurare la nostra felicità procurando la loro, o quanto
meno senza mai nuocervi » [35][74]
Diderot sembra credere (o vuole credere?) nella possibilità
di conciliare il bene comune con la felicità individuale. Alla sua posizione
critica, dubbiosa, relativistica, fanno però riscontro nel secolo utopie
sociologiche che la ritengono a portata di mano (con esiti, purtroppo,
fallimentari!).
Il problema della
felicità si coniuga con quello dell’infelicità e del dolore, ma il pensiero
illuministico deve ancora fare i conti con l’onnipresente ottimismo leibniziano
espresso nel Saggio di Teodicea del 1710. Il deista Voltaire, che,
coerentemente con l’ottimistica credenza in un mondo armonico e perfetto
pilotato dalla Provvidenza divina, ci ha creduto, si deve riscuotere
annichilito dal terribile terremoto di Lisbona del 1755, che uccide in un
istante 30.000 innocenti. Quale giustizia allora? Egli esprime il suo
turbamento nella stesura della voce Giobbe dell’Encyclopedie,
dove il suo scosso ottimismo metafisico tramuta il mistero del comportamento
fideistico di Giobbe in una sarcastica commedia umana. Il patriarca biblico, il
“giusto” per eccellenza, che Satana ha colpito su ordine di Dio per metterlo
alla prova. Un Giobbe che tutto sopporta in nome del Creatore, ma, alla fine,
domandandosi: «Qual è il mio peccato?», non ha compreso che il suo peccato
(questa è la morale) è di essersi posta la domanda. Il turbamento del sensibile
Voltaire contrasta con l’atteggiamento del cinico Rousseau, che in una lettera
a lui del 18 agosto 1765 gli obbietta quasi beffardamente che dopo tutto
Lisbona non era che una città, misera cosa della civiltà umana, e che quelle
«ventimila case di sei o sette piani» non erano opera della Natura [36][75]. Guillaume-Thomas Raynal vede il problema in
termini quasi “economicistici” e scrive ne L’histoire des deux Indes
(1770): «La società universale esiste per l’interesse comune e per l’interesse
reciproco di tutti gli uomini che la compongono. » [37][76]
Questo criterio
dell’« interesse comune » in funzione di un « accrescimento di felicità » trova
oltre la Manica un teorico rigoroso in Jeremy Bentham (1748-1832), che nel 1789
dà alle stampe l’Introduzione ai princìpi della morale e della legislazione,
dove sono esposti i principi dell’utilitarismo. La dualità antropologica felicità/infelicità,
dove il secondo termine ha come causa prima la sofferenza, impone al sociologo
di trovare gli strumenti “utili” per mettere i singoli individui nella miglior
condizione per cercare di conseguire il primo, poiché:
La natura ha posto l’uomo sotto l’imperio della “felicità” e
del “dolore”. “Felicità” e “dolore” sono la fonte delle nostre idee, la
sorgente dei nostri giudizi e delle nostre determinazioni. […] Questi
sentimenti devono costituire il centro dell’indagine del moralista e del
legislatore. Il principio dell’utilità subordina ad essi ogni cosa. “Utilità” è
un termine astratto. Esso esprime la capacità e la tendenza di una cosa a
preservarci da qualche male o a procurarci del bene. “Male” significa pena,
dolore o causa di dolori. “Bene” è gioia o fonte di piaceri. È conforme
all’utilità o all’interesse di un individuo tutto quanto tende ad aumentare la
somma totale del suo benessere. Ciò che è conforme all’utilità e all’interesse
di una comunità, è quanto tende ad aumentare la somma totale del benessere
degli individui che la compongono. [38][77]
Non è difficile intuire, sullo sfondo, un chiaro eco delle
analisi lockiane e cogliervi la linea continua che la razionalità illuministica
britannica ha seguito dal XVII al XVIII secolo, regalando all’Europa pochi
principi semplici e pragmatici verso una “possibile felicità dei molti” che non
va confusa con la felicità vera, quella individuale.
Diderot resta
certamente il pensatore che più di ogni altro ha colto la complessità del
sentimento della felicità, la sua relatività, la sua irrangiungibilità e da
questa posizione nasce il suo disprezzo per l’altro philosophe ateo
Helvétius, assertore della realizzazione della felicità solo “nel sociale”.
Egli è un individualista e trova quindi del tutto astratto, meramente teorico e
inconsistente ogni riferimento ad un “insieme “ dove l’io-tu si possa
realizzare nel noi. La felicità
per lui è u un problema dominante reso con la frase: «Abbiamo un solo dovere.
Essere felici!» poiché «L’io vuol esser felice. Questa tendenza costante
è la fonte eterna, permanente, di tutti
i suoi doveri. Qualunque legge contraria è un crimine di lesa umanità, un atto
di tirannia.» [39][78] E tuttavia, se egli pone chiaramente
come “fine” il conseguimento della felicità, si rende conto che si tratta di un
concetto-limite e che non esiste alcun mezzo sicuro verso di essa. La felicità,
qualche volta, “accade”, ma la strada è già scomparsa appena ci si accorge che
la felicità è “passata” e Diderot oscillerà per tutta la vita tra l’utilizzo
del “morale” o del “piacevole” per arrivarci, entrambi insufficienti e
ingannatori. Da ciò il grande vantaggio di Kant che persegue solo il morale con
il piacevole come subordinato e lo svantaggio di Diderot che in un breve
scritto erratico del 1769 dal sarcastico titolo Il tempio della felicità
aperto al pubblico afferma: «Volete che vi esponga un’idea vera? È del
tutto indifferente essere uomo o coniglio. La felicità può variare tra gli
individui di una stessa specie; ma credo che sia la stessa tra una specie e
l’altra.» [40][79]
[1][61] B.Pascal, Pensieri, a cura di P.Serini, Torino, Einaudi 1962, p.176.
[2][62] C.Raimondi, Lettera ad Ambrogio Tignosi; in: F.de Luise-G.Farinetti, Storia della felicità, Torino, Einaudi 2001, p.186.
[3][63] Va rilevato che Lattanzio (IV sec.) aveva ancora un idea molto chiara della differenza tra la voluptas dei Cirenaici e quella di Epicuro, ma i teologi posteriori ne fecero un‘espressione “viziosa” unica.
[4][64] J.Locke, Saggio sull’intellligenza umana, vol.I, Roma-Bari, Laterza2006, p.274
[5][65] Ivi, p.278.
[6][66] Ivi, p.279.
[7][67] Ivi, p.288.
[8][68] Ibidem.
[9][69] Ivi, pp.393-394.
[10][70] Cit. da P.Rossi, Storia sacra e storia profana, in: Storia della filosofia, a cura di P.Rossi e C.A.Viano, vol IV, Roma-Bari, Laterza 1995, p.
[11][71] Ibidem.
[12][72] Morelly, Codice della natura, in: F.de Luise-G.Farinetti, Storia della felicità, Torino, Einaudi 2001, p.433.
[13][73] Ivi, p.434.
[35][74] Ph.Roger, Felicità, in: L’Illuminismo, Dizionario storico, a cura di V.Ferrone e D.Roche, Roma-Bari, Laterza 1997, p.47.
[36][75] Ph.Roger, Felicità, in: L’Illuminismo, Dizionario storico, a cura di V.Ferrone e D.Roche, Roma-Bari, Laterza 1997, p.44.
[37][76] G.-F.-T. Raynal, Histoire philosophiqe et politique sure les établissements et les
commerces des Européens dans les deux Indes, Genève, Pellet, 1780, in: http://www.univ.trieste.it/~humdiv/CORSO/Antologia_Raynal.doc, p.7.
[38][77] J.Bentham, Introduzione ai principi della morale e della legislazione, in: S.Moravia, Filosofia, I testi, vol.II, Firenze, Le Monnier 1991, p.191.
[39][78] D.Diderot, Commento alla lettera di Hemsterhuis, in: F.de Luise-G.Farinetti, cit., p.389
[40][79] D.Diderot, Il tempio della felicità, in: F.de Luise-G.Farinetti, cit., p.394.
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